AZIENDE Vs COVID19:


IL CONFINE SOTTILE CHE SEPARA LA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE DALLA RESPONSABILITÀ NEI CONFRONTI DELLA COLLETTIVITÀ

 

In meno di un mese, senza che potessimo davvero rendercene conto, uno sconosciuto si è fatto largo nelle nostre case, nei nostri negozi e negli uffici, nelle fabbriche e nelle aziende. Ha portato timore, generato caos. Ha intimato un cambiamento improvviso e radicale: di abitudini, attitudini, pensiero.

A contrastare il diktat del Covid19, sono arrivate norme imposte dal Governo ai Cittadini: ponderate in tempi stretti, compresse nell’urgenza e nell’emergenza, forse imperfette. Tuttavia: esistono decisioni giuste o sbagliate di fronte a questioni inedite? Forse esistono solo decisioni e, quando vengono prese, diventano le uniche possibili e rispetto alle quali non avrà senso interrogarsi troppo, giacché non vi sono precedenti che offrano un criterio di paragone.

Ecco che molte Imprese lombarde – alle quali non è (ancora) stata imposta una chiusura - si trovano in difficoltà: cosa significa, oggi, tutelarsi? Proteggere i dipendenti, salvaguardare il loro presente e il loro futuro? Senz’altro ogni imprenditore, ogni manager, ha fatto e sta facendo il possibile per garantire il telelavoro o smartworking ai propri collaboratori; in molti hanno implementato in tempi brevissimi dinamiche e strumenti di lavoro mai adottati prima. Molte aziende, tra le quali la nostra, hanno ridotto del 50% la forza lavoro negli uffici per applicare rigorosamente i criteri sanitari suggeriti e scongiurare la diffusione del virus, oltre a disporre un’immediata interrogazione dei sistemi informatici atti a garantire la prosecuzione del lavoro da casa, per quelle posizioni la cui operatività lo possa prevedere. Molte imprese non lo avevano mai fatto prima.  Anche noi, che fondiamo la serietà e l’accuratezza del nostro lavoro su criteri di verifica e gestione operativa che non sempre può per sua natura essere gestita attraverso un computer. Del resto: siamo un’azienda moderna ma pur sempre una PMI italiana che è arrivata a raggiungere traguardi attraverso 20 anni di impegno e sacrificio costante, in un Paese che notoriamente chiede molto e restituisce ciò che può. O che vuole. Come la nostra e nella nostra stessa situazione, solo in Lombardia, ci sono migliaia di imprese.

Sappiamo – poiché osserviamo la realtà, ascoltiamo la voce di tanti colleghi, di tante persone che come noi sono ancora al lavoro – non sia affatto semplice arrendersi di fronte a un nemico le cui forze e debolezze sono note solo in piccola parte. Vediamo la prorompenza con cui sta schiacciando le nostre giornate ma, poiché siamo abituati a guardare avanti, e lo abbiamo sempre fatto in nome dell’amore per il lavoro e della riconoscenza per coloro i quali ogni giorno lo hanno reso degno di essere chiamato tale, continuiamo a seguirlo come oggi siamo ancora in grado di fare. Finché saremo in grado di farlo; finché qualcuno non dirà: “Fermatevi” e “Vi aiuteremo”.

Irresponsabili, poiché in realtà non dovremmo nemmeno varcare la soglia di casa? Troppo responsabili, poiché non possiamo fare a meno di pensare che una giornata di lavoro in meno oggi, potrebbe significare dovere rinunciare a un collaboratore domani?

E se allo stesso modo ragionassero medici e infermieri? Se allo stesso modo ragionassero quelli che, ai piani alti, provano a gestire questa situazione? Non è forse vero che la responsabilità verso noi stessi è legata a doppio filo con la responsabilità nei confronti di quelli che dipendono, a tutti i livelli e in tutte le modalità, da noi?

Sia chiaro: NON CI PERMETTIAMO di paragonare la realtà di professionisti che lavorano in un ufficio, all’interno di una fabbrica, un’industria, con quella di coloro i quali stanno combattendo quotidianamente per la tutela e la sopravvivenza di vite, la perdita delle quali significherebbe non potere nemmeno più pensare al lavoro; se mancheranno le persone che potranno lavorare, mancherà il lavoro. Mancherà il concetto stesso di lavoro. Può apparire ovvio, ma lo vogliamo ripetere: ai sanitari che soccorrono e curano i nostri malati, non può che essere dedicato il più grande rispetto; a loro vanno i nostri incoraggiamenti, i nostri pensieri e, in un certo senso, anche le nostre opere quotidiane. Perché lavoro non è solo - e non è principalmente - “fatturato, ricavo, profitto”. È dignità, senso di appartenenza, senso di responsabilità, voglia di andare avanti.

Ecco che si staglia di fronte a ognuno di noi la sottile linea di confine che separa le nostre responsabilità da quelle che – in modo attivo o per l’efficienza delle cause – abbiamo nei confronti della collettività.

Desideriamo rispettarci e rispettare i nostri connazionali: limitare anzi annullare le uscite; sanificare una, due, tre, cento volte gli spazi che occupiamo. Non percorrere tragitti diversi da quelli che contemplano le tratte casa-lavoro-casa. Eppure il senso di inadeguatezza di fronte a una situazione così nuova, così esplicita eppure così anonima, ci mette costantemente a confronto con il senso di responsabilità che - per donne e uomini abituati a lavorare con e per altre donne e altri uomini – non riesce a fermarsi di fronte a un’emergenza, ma vorrebbe capire e fare capire fino a che punto vivere l’emergenza significa farsene carico anche così: continuando a lavorare con il massimo della precauzione ma anche con il massimo della disponibilità al sacrificio. Che non è incuria né superomismo: preferiamo chiamarla tenacia, sempre e comunque fondata sul rispetto.

Ed è partendo dal rispetto profondo per tutta questa situazione che abbiamo scritte le parole che avete lette: perseveriamo nello stare lucidi e siamo pronti ad accogliere qualsiasi misura sarà adottata, con la stessa perseveranza.

I vostri Colleghi e Connazionali di Euroconsult S.p.A.


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